i racconti di stefanopz

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lunedì, 09 gennaio 2006

IL GENERO

Ho sempre avuto le fossette sulle guance. Una delle due è più profonda. Ora come ora non saprei dire se è la destra o la sinistra, perché io, come tutti, le mie guance le guardo allo specchio.

Ma stamattina mi stavo lavando i denti. In camera da letto Toni e Margherita stavano litigando; io mi lavavo i denti distratta: Toni aveva detto, l’avevo sentito distintamente, aveva detto ‘vaffanculo’. A sei anni già ‘vaffanculo’. Sulla guancia, la fossetta più profonda non era più una fossetta; era una ruga.

Ho fatto trentacinque anni a agosto e non dovrei preoccuparmi. E invece è uscito un urlo. Panico puro.

Toni e Margherita sono stati cinque secondi zitti. Cinque secondi che mi sono sembrati un secolo.

Una goccia gelata di sudore sotto il pigiama, dalla spalla è arrivata giù fino al fondo della schiena.

Simone non c’è; stanotte hanno arrestato Benito Martino, che è cliente di mio padre da vent’anni. "Uno dei clienti di punta" aveva scherzato papà a tavola a Natale due anni fa; la mattina della vigilia avevano arrestato Benito Martino con una ventiquattr’ore piena di pasticche, e papà si era perso la cena della vigilia per un interrogatorio.

Papà ha chiamato Simone alle sei e mezza stamattina; l’interrogatorio è a Rebibbia alle nove e sono partiti presto; io e i bambini dormivamo ancora.

Simone non ha fatto il minimo rumore; si sarà vestito in bagno. Non mi ha salutato con un bacio sulla fronte; qualche volta l’aveva fatto.

Mi sono svegliata e non c’era, semplicemente.

Non era colpa dello spazzolino. La ruga c’è davvero; sembra profonda, sembra quasi una cicatrice.

**

Sono vent’anni che io e Simone stiamo insieme; due mesi fa siamo andati a cena fuori per festeggiare vent’anni dal primo bacio. Erano due anni che non mangiavamo da soli, io e lui; siamo andati in un ristorante di pesce, poco fuori città. Io ero la prima volta che ci andavo; Simone, invece, chiamava per nome i camerieri e loro lo chiamavano, con deferenza, avvocato.

Il proprietario si è seduto un quarto d’ora al tavolo. Hanno parlato di vini, poi di un assessore un po’ chiacchierato. Io ho provato tutti e tre i tipi di pane farciti, alle noci, alle olive e il terzo, non me lo ricordo; mi sono riempita di pane e non sono riuscita a toccare l’orata.

Andando a casa, lui ha passato il tempo a sistemare la temperatura dell’aria in macchina, quasi in maniera nervosa, 20 gradi per lui e 22 per me. Nel silenzio ho sorriso pensando al fatto che io sono sempre stata la freddolosa di famiglia.

Io e Simone stiamo insieme dal quinto ginnasio.

Betta, la mia migliore amica, dice che è impossibile nominare uno dei due senza aggiungerci subito il nome dell’altro; nessuno ha mai detto Simone e basta, ma Simone e Milena, Milena e Simone, da più di vent’anni ormai.

Ci siamo diplomati lo stesso giorno; del resto lui di cognome fa Ranieri e io Russo e quindi eravamo uno dopo l’altro nell’elenco alfabetico della classe.

Abbiamo fatto giurisprudenza insieme; ci sembrava naturale. Già allora papà era uno dei più noti penalisti della città. Ovviamente abbiamo fatto tutti gli esami insieme; ci siamo laureati lo stesso giorno, in diritto penale. Io la lode e lui no; per la verità ho passato sei mesi ad aspettarlo perché ha avuto qualche problema con diritto commerciale.

Abbiamo cominciato a fare pratica da papà; ci siamo abilitati insieme; abbiamo giurato da avvocati lo stesso giorno, prima lui, perché ci fecero giurare in ordine alfabetico.

Siamo sposati da otto anni; Antonio, Toni, ha sei anni, l’ho già detto, Margherita tre.

Sono i nomi di papà e di mamma. Simone ha insistito tanto perché li chiamassimo così.

***

Quando esco dal bagno trovo Margherita in lacrime. Toni è spietato: "se l’è fatta sotto".

Il letto di Margherita è bagnato. "Non fa niente, piccola" cerco di consolarla. "Tu" faccio a Toni "vai al bagno a lavarti; e poi vestiti che è tardi".

Margherita mi abbraccia; quando mi abbraccia sembra avere una forza spropositata rispetto al corpicino tutto pelle e ossa che si ritrova.

Dire che è attaccata a me è limitante. Ogni mattina che provo ad andare a lavorare urla; riesce già a tre anni a inventarsi malattie psicosomatiche per fare in modo che io non la porti da mamma. Da una quindicina di giorni sembra andare un po’ meglio. Dopo le vacanze di Natale voglio provare a portarla alla materna.

"Io non voio il pannolino" dice tirando su con il naso.

"Lo so che sei grande ormai, stellina" le sorrido.

"Vuoi metterti la gonna stamattina?"le propongo.

"Quella cozzese" ora sorride.

Le prendo dal cassetto una gonna scozzese rossa con le pieghe. Non se la toglierebbe mai. Quando la metto in lavatrice sembra Linus con la coperta, non riesco a convincerla che la gonna uscirà intatta da lì dentro.

"Mamma sei superbella" lo dice con occhi quasi sognanti. Ha voluto i capelli tagliati come i miei e spesso ho visto che imita i miei gesti: accavalla le gambe tutte le volte che si siede sul divano dopo aver passato le mani sulla gonna come per lisciarla, esattamente come faccio io.

Dopo che le ho messo la gonna, una calzamaglia bianca e un maglione rosso che sembra un’anticipazione del Natale mi guarda e mi dice: "Oggi da nonna no" e mi accarezza; anzi non mi accarezza, ma segue dall’inizio alla fine, per tutta la guancia, l’incisione profonda di quella fossetta che si è fatta ruga.

****

Ho portato lo stesso Margherita da mamma; ha pianto e alla fine le ho messo Gli Aristogatti e ha cominciato a calmarsi quando Edgar girava per Parigi con la motoretta smarmittata.

Sono andata verso lo studio; in Tribunale non ci vado quasi mai, vado la mattina in studio e curo tutte le pratiche di civile che abbiamo, poche per la verità.

Poi a discuterle in udienza ci va Simone o uno dei praticanti; un paio di volte che ci sono andata, mentre aspettavo il mio turno per la discussione ha chiamato mamma perché uno dei bimbi stava male o qualcosa del genere e ho finito per lasciare l’udienza scoperta. Simone mi dice che quando anche Margherita sarà andata alle elementari sarà più semplice e potrò tornare a lavorare, se non proprio a tempo pieno, almeno per un paio di pomeriggi alla settimana. ‘Sei troppo importante per i bimbi. Sono piccoli e hanno troppo bisogno della mamma’ mi dice spesso ed è ovvio che è vero.

Anche stamattina dovrei preparare una comparsa conclusionale per una pratica di anatocismo di un piccolo imprenditore che papà difende da un’accusa, fondata per la verità, di sfruttamento della prostituzione.

Da un paio d’anni papà e Simone hanno trasferito lo studio in un palazzo nuovo, pieno di studi legali; papà ha comprato lo studio e l’ha intestato a me e Simone, dice che lo studio è il nostro e quindi non aveva senso che se l’intestasse lui; io ho una stanzetta piccola di fronte a quella di Franca, la storica segretaria di papà, accanto alla sala d’attesa.

Simone e papà hanno due grandi stanze in fondo; si sono fatti fare i mobili su misura da un vecchio falegname che andava lentissimo ma che alla fine ha fatto un piccolo capolavoro. Hanno gli stucchi veneziani al soffitto e due scrivanie uguali, classiche, di noce, pesanti, che danno un immediato senso di solidità e serietà.

Mi fermo sotto lo studio; ho fortuna e trovo subito un posto senza fare i tre o quattro classici giri dell’isolato.

Ho una bella borsa di pelle, nera e lucidissima, un regalo di Simone, con dentro la pratica della conclusionale. Avevo provato a portarla a casa ieri sera, per lavorarci un po’ col portatile, ma è stato impossibile. Margherita avrà impiegato un’ora e un quarto per cenare.

La versione di Spiderman di Michael Bublé è a metà e non ho voglia di scendere dalla macchina prima che finisca; Micheal Bublé mi piace, anche se Betta dice che è l’idolo delle quarantenni e quindi è un sintomo di un mio invecchiamento precoce. Me l’ha detto l’altro ieri, mi sembra e mi ci sono fatta una risata.

Stamattina chiudo gli occhi ma Spiderman non mi appare; li riapro e guardo nello specchietto, ma non per vedere se per caso mi sono sbaffata il rossetto.

La ruga sta lì, profonda e feroce, e Micheal Bublé canta con la sua voce da Sinatra dei poveri a una donna di quarant’anni, che non ha il coraggio di scendere dalla macchina.

****

Spengo il cd. Comincia a piovere, un’acquerugiola quasi invisibile. Tra la macchina e il portone del palazzo dove sta lo studio c’è un bar; è nuovo nuovo, i cornetti sono surgelati e al bancone ci sta un’ucraina a cui bisogna sempre ripetere l’ordinazione due volte. Potrei prendere un cappuccino, penso, o addirittura una cioccolata calda.

Sono paralizzata.

Ho trentacinque anni e potrei tranquillamente scomparire. Adesso. Toni e Margherita ne soffrirebbero, certo, poi magari con il tempo. Simone si riprenderebbe subito, ha la sua scrivania di noce, nei ristoranti lo chiamano avvocato, a me mi chiamano signora, la moglie dell’avvocato.

Lo studio andrebbe avanti, senza problemi; le pratiche di civile, per quelle basta un praticante un po’ sopra la media, oppure potrebbero darle a qualcuno dei colleghi che fanno civile e che quando si presenta da loro qualcuno con qualche problema di penale, un abuso edilizio, un figlio fermato con una dose, fanno il nome di papà. O di Simone. Di papà o di Simone. Mai il mio.

Vorrei tornare da Margherita; c’è il pezzo in cui Minou cade nel fiume che la spaventa sempre. Quando vediamo insieme il dvd, lei mi stringe la mano forte.

Ecco, se sparissi Margherita ne soffrirebbe di certo. Toni no, Toni è come il padre, è destinato a una scrivania di noce.

*****

Una settimana fa.

Sono convinta che una settimana fa la fossetta non era ancora diventata una ruga.

Siamo andati io e Simone, insieme nell’altro Tribunale della provincia, per un processo per truffa.

In quella cittadina c’è un dietologo, uno di quelli che dicono ti faccia dimagrire togliendo qualche alimento. Questione di intolleranze. Ho approfittato del fatto che Simone aveva il processo per andare; mi scoccia guidare in autostrada.

Alle nove Simone mi ha lasciato davanti allo studio del dietologo. Nello studio non c’è nessuno, io sono la prima.

Entro, il dottore mi visita, una visita generale e mi dice: "Signora dopo due gravidanze è normale che i tessuti si rilassino un po’; in fondo lei ha solo un po’ di depositi adiposi sui fianchi. Ma vedrà..." E poi mi ha detto di non mangiare latte, latticini e derivati del latte per un mese e poi tornare da lui. Sono le nove e mezza; non mi aspettavo di fare così presto.

Il corso principale era quasi vuoto; i negozi sono i soliti franchising e quindi i vestiti, le scarpe, i cappotti esposti, mi sembrava di averli visti milioni di volte.

Sono entrata in un bar e ho deciso di dire addio al latte e ai suoi derivati con un maritozzo alla panna e un cappuccino chiaro.

Si era messo a piovere anche quella mattina, così ho deciso di andare in Tribunale per vedere a che punto era Simone.

L’aula penale era quasi piena, ma il collegio non c’era; mi sono messa a cercare Simone.

Alla fine l’ho visto di spalle, la toga appoggiata sul braccio. La toga di papà.

Sta parlando con il PM; anche se saranno sette anni che non andavo in quel Tribunale, ho riconosciuto il PM, un volto noto per un processo per l’omicidio di un ragazzino di tredici anni da parte di una banda di balordi.

Il PM sta ridendo, sta con le mani giunte; mi sembra di interpretare il labiale, ‘avvocato, ma che sta dicendo?’, ma il tono sembra canzonatorio, confidenziale.

Io ero tra il pubblico e stavo per superare la sbarra, quando mi hanno urtato due ragazze, due praticanti sui venticinque anni.

Si sono scusate e poi si sono fermate proprio al passaggio tra la parte riservata al pubblico e quella riservata agli avvocati.

Stanno guardando verso Simone ed il PM.

Una ha chiesto all’altra: "Ma chi è quello che sta parlando col PM?"

"E’ Simone Ranieri, è il genero di Tonino Russo". Un attimo di silenzio, poi ha continuato con il tono più basso. "E’ uno di quelli che sulla carta d’identità al rigo della professione ci dovrebbe essere scritto genero".

******

Ora ho cominciato a piovere forte; anche i tre passi che mi separano dal marciapiede, che è al riparo di un balcone, mi ridurrebbero come un pulcino.

Il vetro si è appannato; mi sono messa a pensare al silenzio di ghiaccio del viaggio di ritorno da quel Tribunale.

Dentro la Mercedes classe E nuova di sei mesi il silenzio è stato rotto solo da due telefonate di papà; la macchina ha quel sistema di viva voce incorporato nella radio o come diavolo funziona.

"Simone, come è andato il processo?"

"La parte lesa non s’è presentata per testimoniare"

E poi sono andati avanti così per due minuti, poi è caduta la linea; papà ha richiamato e si sono dati appuntamento alle quattro di pomeriggio a studio per una difesa di un ragazzino ricco che si era messo a spacciare coca.

Manco ciao Milena; manco è venuta pure Milena, sta qui, la saluta.

Prima e dopo quelle telefonate il silenzio.

La pioggia assorbe tutti i rumori della città; forse il rumore della pioggia è solo un particolare tipo di silenzio.

Sto piangendo; le lacrime mi colano sul viso, come l’acqua sul parabrezza.

Vent’anni; anzi no vent’anni e due mesi.

Che cosa sono io?

La moglie dell’avvocato.

Che cosa sono io?

Una toga ripiegata sul braccio; cosa mangia avvocato stasera?; una scrivania in noce; stucchi veneziani; una Mercedes classe E, che ci puoi parlare al telefonino senza auricolare; ma sì chiamiamolo Antonio, come tuo padre; i bambini hanno bisogno di te; lui avvocato, io signora; due scrivanie in noce, uguali; hanno arrestato Benito Martino, il cliente di punta, l’interrogatorio alle nove e mezza; professione: genero.

Certo di asciugarmi le lacrime, ma non le trovo più.

Tutte le lacrime che ho pianto sono finite dentro la ruga, quella ruga nuova nuova che mi è spuntata sulla guancia.

Postato da: stefanopz alle 11:11 | link | commenti (7)|

giovedì, 20 ottobre 2005

FUORI DA UN BAR

 

La rividi dopo un mese.

Avevo lasciato un libretto degli assegni e il passaporto in fondo a un cassetto, in camera da letto.

Lei però me l’aveva messi sul tavolo della cucina, perché, probabilmente, era la prima stanza in cui si entrava dall’ingresso.

Io avevo suonato e lei aveva aperto, poi era scappata, verso la stanza da letto, la più lontana.

Un amico comune mi aveva avvertito e aveva preso accordi per me, il giorno e l’ora.

Io l’avevo vista di spalle, con una tuta grigia e le ciabatte da piscina. Le maniche della tuta erano tirate giù a coprirle le mani.

Quel gesto mi era familiare; lei aveva sempre freddo.

Ero andato via un mese esatto prima, e il fatto che fossi lì a un mese esatto di distanza mi sembrò quasi un modo per festeggiare l’avvenimento.

Ero andato via durante il giorno. Fumare, non ho mai fumato e la storia di andare in strada a comprare le sigarette per poi non risalire più, beh, quella non l’avrebbe bevuta.

Era un giovedì. Io ero di riposo e lei invece era fuori Roma, per un corso di aggiornamento, forse a Chianciano, un posto così.

Perciò ebbi tutta la giornata per sbaraccare. Presi due vecchie borse da ginnastica; in una c’entrarono tutti i vestiti; nell’altra cd e libri, l’accappatoio, il rasoio elettrico, scarpe e ciabatte.

 

Misi un po’ di roba, vecchi pigiami, una giacca a due bottoni, magliette lise, dentro buste di plastica e le buttai, senza tanto rimpianto.

I mobili li avevamo comprati insieme, ma non me ne feci un cruccio. Stavano bene dentro quella casa piena di luce, quel divano panna, la cucina verde chiaro, il tavolino che pareva quasi di formica, come i banchi di scuola.

 

Un foglio, anzi, un post-it giallo. "Me ne vado. Non cercarmi".

Faccio l’autista dell’Atac e quindi non ho un ufficio; mi sono fatto cambiare tutti i turni, le linee; ho fatto corse in periferie, in canyon di palazzoni lunghi chilometri. Non sapevo nemmeno che esistessero, quelle strade, quei quartieri.

Il telefonino, quello l’ho buttato, insieme coi pigiami.

Mi sono preso una stanza, in una pensione, in una traversa di via Cavour. Il bagno è in corridoio e non c’è manco un italiano. Meglio, così non parlo con nessuno.

 

Me ne sono andato. No, non era premeditato. E’ che quella mattina non mi andava di fare colazione a casa e ero andato giù al bar, latte macchiato e un cornetto duro e secco.

Quando sono uscito sono andato a sbattere a due vecchi.

Lui ci aveva quegli occhiali con la montatura pesante e una lente appannata; lei una crocchia in testa, che sembrava sporca di settimane.

La fede scavava quasi l’anulare di lui; la busta di plastica la portava lei con due panini e due peperoni.

I tre occhi che ero riuscito a vedere erano acquosi, morti, un passo oltre la rassegnazione.

 

Lei aveva la voce quasi rotta, dalla stanza da letto; disse il mio nome quando stavo aprendo la porta di casa.

Era uguale, in fondo, era come me la ricordavo, come l’avevo conosciuta: due begli occhi celesti, anche se appesantiti dalla mia assenza, bassina ma ben disegnata. Le braccia conserte, le mani invisibili, sotto le maniche.

Stava per aprire bocca. "Non dire niente, non capiresti", le dissi e chiusi la porta e scappai, prima che potesse fare qualcosa di clamoroso, che so, cercare di picchiarmi, urlarmi bastardo nella tromba delle scale.

Non avrebbe capito, che avrei voluto per sempre ricordarla così, giovane, bella, un corpo ben fatto, gli occhi vivi e brillanti.

Mai e poi mai saremmo diventati due vecchi, con gli occhi morti, una busta in mano, fuori da un bar.

Postato da: stefanopz alle 19:14 | link | commenti (6)|

martedì, 20 settembre 2005

CINGHIALONA

"No, ti prego … Monica è una cinghialona; simpatica certo, però..."

Monica stava dietro un angolo del corridoio del piano dell’albergo dove stavano i maschi.

Nessun dubbio che la voce fosse quella di Massimo.

E, nonostante ci fosse un’altra Monica sul pullman, una della sezione C, non ci poteva essere dubbio che Massimo si riferisse a lei.

Sul pullman erano stati a parlare una mezzoretta.

E poi erano stati sulla spalletta del traghetto a guardare le luci di Reggio tremolare nel mare; avevano fatto la traversata senza parlare. Solo guardare il mare e le due sponde; a Monica era sembrata la cosa più romantica che le era mai successa.

E anche adesso guardava il mare, a mezzanotte, o forse l’una; l’albergo stava sul lungomare di Giardini Naxos e la sua era l’unica stanza che non dava su uno squallido cortile interno, ma si apriva sul mare.

Era appoggiata sul davanzale; Marica e Diana, le sue due compagne di stanza, stavano nella stanza accanto, da dove arrivavano risate, a volte vere e proprie esplosioni di risate.

Massimo le era sembrato sin dal quarto ginnasio un essere umano; nel senso, pensava Monica, che non era solo pallone, file Mp3 scaricati da internet, parolacce e sotterfugi per passare l’anno.

Non era la questione che era bravo a scuola, quello le sembrava un particolare.

Era Stendhal, era Dostoevskij, era Svevo, Joyce: erano quei classici che a Monica occupavano gran parte del tempo libero e che sembrava che non interessassero nessuno. Massimo sapeva chi era Julien Sorel, sapeva quanto aveva sofferto Raskolnikov, sapeva che lei aveva provato un brivido, un misto di terrore e intensità quando Gilbert di The dead dice che è ora di andare verso Occidente.

Cinghialona.

Allora, allora … Massimo era come tutti gli altri.

Era una colpa essere uno e settantotto? E pesare … beh, pensava, lasciamo perdere. Ma, porca miseria, si diceva, se papà e mamma sembrano i protagonisti di quella sit-com americana, Pappa e ciccia, io che ci posso fare?

Marica era sua amica; l’aveva guardata cambiarsi appena arrivate in camera. I jeans a vita bassa, un diavolo di tatuaggio etnico proprio alla fine della schiena; difetti ne aveva anche lei, ad esempio le gambe un po’ corte, rispetto al busto, ma certo nessuno l’avrebbe mai chiamata Cinghialona.

Marica era come doveva essere una ragazza di diciott’anni: rideva quando non ce n’era bisogno, ma per fare gruppo; fumava se gli altri fumavano; ogni paio di mesi cambiava ragazzo, o i ragazzi cambiavano lei con un’altra. In fondo non era male, per un film la domenica pomeriggio, o per un pezzo di pizza; non era male anche quando la stava ad ascoltare e, anzi, le sembrava che, quando l’ascoltava e le rispondeva, lì, ci fosse una Marica diversa, quella vera, che sapeva parlare e tacere coi tempi giusti e a volte trovare anche le parole adatte.

Nella tasca dietro dei pantaloni sentì il telefonino vibrare. Massimo, sperò, un sms.

Era Marica: "Vieni qui da noi, dai!".

Monica sorrise pensando che, se in mezzo al casino, alle cuscinate, alle birre e alle pomiciate, quella ragazza con le gambe un po’ corte e il tatuaggio, pensava a mandarle un sms, non era poi così male.

Ma non le sembrava essere arrivato ancora il momento di smettere di guardare il mare.

C’erano due lucette lontane.

A Monica vennero in mente i lupini, i pescatori, Aci Trezza. Chissà cosa sarebbe venuto in mente a Massimo, vedendo quelle stesse lucette lontane; e un brivido, uno vero, le venne nell’attimo in cui si trovò a pensare a come sarebbe stato avere Massimo appoggiato al davanzale, lì vicino a lei.

Era da tempo che non si sentiva nata per fumare, cantare in coro Vasco, andare in giro ore per scegliere un vestito o un reggiseno; come nel pullman non si sentiva da ultime file. Era salita quasi per prima, la mattina, ma si era seduta nel mezzo, perché sedersi nelle prime file l’avrebbe sicuramente fatta passare per la solita secchiona, agli occhi dei suoi compagni.

Valeva la pena andare nella stanza accanto?

Aveva senso guardare lo Ionio in una notte di inizio aprile, con mezza luna in fondo al cielo e pensare ai Malavoglia?

Voleva una sensazione che sentisse più sua, un’emozione più vicina a tutto quel suo mondo di libri, di film, persino in bianco e nero, di sabati al teatro, di strane piccole perle che a troppe persone sembravano noiose o incomprensibili.

Decise che essere una cinghialona non l’avrebbe cambiata, che in fondo Massimo non era così male e che magari qualche canzone di Vasco, prima o poi, l’avrebbe cantata.

Ma soprattutto decise che quelle due lucette lontane con Verga non c’entravano niente.

Erano due amici che se ne stavano su una barca, con la scusa della pesca, a guardare la luna.

 

 

Postato da: stefanopz alle 20:22 | link | commenti (3)|

martedì, 07 giugno 2005

Zia Dani è la più simpatica di tutti i fratelli e le sorelle di papà, anche se pure lei stamattina sembra indaffarata.

La scorsa settimana in camera sua c’era un poster appeso al contrario.

"Zia, perché l’hai appeso al contrario?" le avevo chiesto.

"Altrimenti non lo notavi" mi aveva risposto. Era vero: era un poster come tanti, una ragazza ed un ragazzo in riva al mare in un tramonto rosso fuoco.

Siamo a casa di nonno e è sabato mattina: Ho sette anni e mezzo; mio fratello, Dario, ne ha due più di me e ha imparato da qualche giorno a fare il fischio alla pecorara. Ogni tanto prova a farlo e zia Dani stranamente lo azzittisce. Mia cugina Paola sta seduta al tavolo con me e mio fratello; Guido, suo fratello, ha quasi sedici anni sta in piedi vicino alla finestra e ci guarda dall’alto in basso.

Per terra, con delle costruzioni Lego, la mia sorellina di un anno e mezzo muove con fatica le manine, insieme con gli altri cuginetti più piccoli.

Zia Dani si siede con noi.

"Facciamo un gioco". Ha dei fogli bianchi e delle penne.

Prende tre fogli e traccia una riga e mezzo cerchio in tutti e tre i fogli.

"Questo è lo schizzo" dice "adesso ognuno di voi lo completa e chi fa il disegno più bello vince".

Il gioco mi piace e io mi impegno. Disegno, con la punta della lingua che esce di lato alle labbra. So che non potrò vincere perché Dario disegna molto meglio di me.

Paola nasconde con il braccio il suo foglio.

Zia Dani guarda ora uno ora l’altro. I suoi occhi sono di un celeste quasi trasparente: sono uguali a quelli di papà e degli altri due fratelli, zio Nino e zia Gigliola; noi abbiamo tutti e tre preso gli occhi scuri di mamma; oggi però quel celeste ha qualche ombra.

Ogni tanto mette le mani davanti agli occhi, si tira la radice del naso.

"Finito!" mio fratello fa pure mezzo fischio.

"Ok, allora, tempo scaduto" fa zia Dani.

Dario ha fatto diventare lo schizzo un’enorme onda che sta per sommergere una barca a vela, perfetta in tutti i particolari. Paola ha fatto una macchina; io ho fatto diventare il mezzo cerchio il cuscino e ho disegnato un letto.

"Vinceee ... Dario" fa zia Dani.

"Sì" urla Dario. Zia Gigliola arrivando fa segno a Dario di non urlare; si ferma alle spalle di zia Dani, le mette una mano sulla spalla e zia Dani gliela prende. Si fanno un sorriso e un sospiro, ma poi gli occhi di zia Gigliola si fanno rossi.

Zia Dani prende altri tre fogli fa un altro schizzo. Un angolo retto e una mano.

Stavolta voglio vincere, anche se mia sorella piange e mi disturba, come quando voglio fare i compiti. Mamma arriva e si capisce che deve cambiarla.

Per il secondo disegno mi impegno al massimo: disegno un bambino seduto a tavola che disegna sul foglio.

"Vinceee ... Andrea" annuncia zia Dani. Esulto sbattendo i pugni sul petto, come ho visto fare a King Kong.

Facciamo altri tre o quattro disegni e zia Dani ci fa vincere una volta tutti.

Poi facciamo il gioco delle parole, quello dove c’è scritta solo l’iniziale e l’ultima lettera e ci sono i più per le consonanti e i meno per le vocali.

Prima di azzeccarle spariamo delle parole inventate, soprattutto io.

Ridiamo come matti: Paola si copre la bocca mentre ride, io e Dario siamo sguaiati; quando ridiamo così mamma dice che sembriamo dei gallinacci.

Mi vengono le lacrime agli occhi dalle risate.

Erano mesi che non mi divertivo così tanto, neanche con le macchinine, nemmeno con Oggi le comiche il sabato mattina.

Poi torna zia Gigliola. "Dai Daniela, è ora".

Zia Dani si alza. "Dai, zia, giochiamo ancora" piagnucola Paola.

"No, bimbi, è ora di andare".

I bambini più piccoli escono con mamma.

In un angolo della stanza zia Dani e zia Gigliola si aiutano l’un l’altra a tirarsi su le cerniere sulla schiena. Hanno due abiti uguali, neri.

Nessuno in questo momento sta facendo caso a me.

Prendo il disegno del bambino che disegna, quello con cui ho vinto.

Esco dalla stanza, c’è un corridoio, con una mattonella del pavimento rotta.

Una porta di legno vecchia, dipinta di bianco, scrostata.

E’ la camera di letto dei nonni.

Sul letto, steso, c’è nonno, con gli occhi chiusi, le mani unite sul petto e un rosario tra le mani.

Chissà perché sta steso sul letto col vestito nero, la camicia e la cravatta.

Postato da: stefanopz alle 15:43 | link | commenti (3)|

venerdì, 13 maggio 2005

TORINO

Chissà perché c’è tutta questa nebbia.
Eppure è l’inizio di maggio. Io e Romeo stiamo ai piedi della collina, in mezzo a un campo; ci sta quell’erba strana che sembra avere le spighe.
Gliele tiro addosso, le spighe. Due restano attaccate alla maglietta.
"Hai due fidanzate" rido.
"Vai al diavolo" mi dà uno spintone.

Facciamo la quinta e ogni tanto di pomeriggio ce ne andiamo a giocare in questo campo. Agli indiani e ai cowboy, normalmente. A me piace fare l’indiano, soprattutto quando piove, perché mi piace prendere un po’ di fango e farmi due righe sotto gli occhi.
Oggi no. Oggi c’è questa nebbia strana, per essere maggio.
E’ mezzo pomeriggio e la nebbia attutisce i rumori.
Persino le formiche rosse non hanno voglia di uscire e se mi siedo sui sassi i pantaloncini non mi sporcano come al solito.
Quando torno con i pantaloncini sporchi, mamma si arrabbia, se non si deve arrabbiare con qualcun altro. Ho quattro fratelli, io sono l’ultimo e Renato, il primo, si deve sposare perché è successo qualcosa con la fidanzata, qualcosa che non mi vogliono dire.

Romeo strappa pure lui qualche spiga; poi si schiaccia una zanzara sul braccio e la guardiamo muovere un’ultima volta le zampine.

 

Poi si sente un rumore, forte, di quelli che si sentivano quando scendevamo nei rifugi, cinque, sei anni fa, quando c’era la guerra.
Il rumore ora è fortissimo e molto vicino.
A un certo punto si sente un frastuono terrificante, un’esplosione e dal muro di nebbia arriva fumo.

Io e Romeo ci siamo buttati per terra.
Stiamo un minuto, stesi, con il viso schiacciato sull’erba.
Ora c’è un silenzio infinito.

Quando riusciamo a prendere un po’ di coraggio andiamo verso il fumo.
In mezzo alla nebbia cominciamo a vedere pezzi di lamiera, delle ruote, c’è fuoco dappertutto.

A un certo punto Romeo inciampa in una cosa mezza bruciacchiata.
"Guarda!" urla.
E’ una borsa, di pelle. Doveva essere davvero bella.
La borsa è aperta.

"Noooo!".
Sono io che urlo. Un urlo enorme, da uomo e non da bambino.

Dentro la borsa, ancora perfettamente piegata, c’è una maglia, una di quelle dei calciatori.
Una maglia granata.

 

Postato da: stefanopz alle 08:26 | link | commenti (10)|

mercoledì, 04 maggio 2005

AMNESIA

Quel rumore, come di strappo, che il treno fa quando entra in galleria a tutta velocità.

Quel rumore lo svegliò. Si sentì la bocca impastata, gli occhi incastrati, un piede addormentato.

Si guardò attorno e, quando il treno uscì dalla galleria, vide prati e qualche casa su una collina distante.

Cercò di concentrarsi. Dopo una decina di secondi sentì una goccia di sudore gelato scendergli sul collo.

Provò un impulso irrefrenabile di alzarsi e mettersi a gridare.

Si era reso conto che non sapeva cosa ci stesse a fare su quel treno, dove stessero dondolando quei vagoni.

Non sapeva niente. Non si ricordava nemmeno come si chiamava.

Nello scompartimento c’erano solo una signora sulla settantina con i capelli bianchi, quasi viola, che leggeva Confidenze, e un tizio con i baffi e un riporto disordinato che dormiva, con gli occhiali da lettura a metà della fronte.

Decise di correre in bagno.

Mentre correva si guardava le mani, sperando che gli facessero venire in mente qualcosa.

Quando entrò in bagno sentiva un odore acre di sudore; aveva già due aloni piuttosto estesi sulla camicia.

Chiuse a chiave il bagno, chiuse gli occhi dieci secondi.

Li riaprì.

Non si riconobbe.

Si sembrò un perfetto estraneo.

Era ben vestito; o meglio, da asciutta la camicia doveva essere di fattura pregiata.

Si lesse le iniziali ricamate: SDS.

I pantaloni avevano ancora la piega quasi perfetta.

Aveva i capelli che stavano tendendo al brizzolato; gli occhi, se non fossero stati quelli di un uomo sull’orlo della pazzia, erano di un bell’azzurro intenso.

In un attimo di lucidità, si disse che quell’uomo che vedeva allo specchio gli faceva venire in mente l’espressione aspetto distinto.

Cominciò a toccarsi; nella tasca posteriore dei pantaloni trovò il portafogli.

Trovò la patente, ma ci trovò una versione dell’uomo allo specchio di almeno vent’anni prima, con riccioli neri e un’espressione singolarmente spavalda.

Richiuse subito la patente.

Aprì la carta di identità.

Il nome del comune non gli disse nulla.

Il suo nome, Salvatore Di Stefano, non gli disse nulla.

La sua professione, avvocato.

Anno di nascita, 1961.

Queste due cose avrebbe potuto capirle anche un estraneo.

Si guardò allo specchio.

Lui era un estraneo.

Sarà un’amnesia temporanea, si disse.

Cercò di calmarsi, si lavò la faccia.

Si tolse la camicia e con qualche salviettina e il sapone, il cui odore ricordava le corsie degli ospedali, cercò di lavarsi e togliersi di dosso la puzza di sudore.

Stava per aprire la porta del bagno, quando vide la fede.

Era sposato, quindi. Con fatica se la sfilò e lesse dentro: "Rossella 14 luglio 1992".

Niente.

Tornò al suo posto. Guardò fuori e gli sembrò di riconoscere il paesaggio: la campagna e le colline a nord di Roma.

Ecco, questo gli sembrava giusto: era su un treno Firenze – Roma; l’orologio diceva che era da poco passata l’ora di pranzo. Gli venne in mente qualcosa, un nome: Fantini. Si alzò e dai ripiani sopra i sedili prese la borsa, la aprì.

C’era una cartellina di un verde chiaro intenso; c’era scritto "Studio dell’avv. Salvatore Di Stefano – Civile, Penale, Amministrativo". E poi più sotto, con un pennarello blu: "Fantini Rosa / Comune di Empoli – TAR di Firenze".

Sì, quella cosa se lo ricordava, una questione di espropri. La signora Fantini era la moglie di un farmacista, una signora con chili d’oro addosso e l’aria di chi si aspetta di essere servita e riverita.

In borsa trovò il cellulare.

Con qualche difficoltà riuscì a trovare la rubrica.

Stava per chiamare il numero memorizzato con "Rossella", ma poi gli sembrò più naturale tornare un po’ più in alto.

Fece il numero.

Una voce di una donna non più giovane, ma ancora determinata e brillante, gli rispose: "Toto, come va?"

"Bene, mamma, sono in treno". Furono le prime parole che si sentì dire da quando si era svegliato. La voce gli sembrava adattarsi bene a tutto il resto.

"A Benedetta è scesa la febbre, con un po’ di Tachipirina. A proposito hanno riaperto l’autostrada verso le undici". Ecco perché il treno, pensò.

"Ah davvero, bene". Poi entrarono in un’altra galleria e cadde la linea.

Quando il treno uscì dalla galleria l’avvocato Di Stefano cominciò a tranquillizzarsi: chiudendo gli occhi cominciavano a delinearsi delle forme.

Sua madre, con i capelli tagliati corti e gli stessi occhi celesti che aveva visto in bagno sulla sua faccia, una bambina di due – tre anni, un bambino più grande, forse sette o otto anni, con un braccio ingessato, una donna sulla quarantina che sembrava dire qualcosa del tipo Matteo non sta mai fermo.

Poi gli apparve una stanza con una scrivania massiccia e degli armadi pieni di libri e riviste; poi, con una fitta di dolore, un uomo, abbastanza vecchio, con un pigiama leggero steso su un letto, con gli occhi chiusi.

La fitta, per un attimo, passò. Poi, a mano a mano che le immagini di quella che doveva essere la sua vita gli correvano avanti, cominciò a sentire prima un sapore amaro in bocca, poi un fastidio fatto di noia e immobilità; poi, da qualche parte, sorse un senso di rancore, che si fece intenso, quasi insopportabile.

Riuscì a dominarsi e non si mise a urlare, come tutte quelle sensazioni avrebbero preteso.

 

Riprese il portafogli dalla tasca.

Aprì la patente. Guardò quel ragazzo di diciott’anni, con i riccioli neri e lo sguardo spavaldo.

Quel ragazzo sembrava che sapesse quello che voleva.

Decise che sarebbe ripartito da lì.

 

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giovedì, 24 marzo 2005

LA MAMMA DI MANUEL

"Signora, può venire per cortesia?". La maestra aveva l’aria un po’ scocciata.

"Manuel sta piangendo, vero?"

La maestra annuì con una smorfia.

Nel lungo corridoio la mamma di Manuel iniziò a scuotere la testa. Non era possibile, ormai era l’ultimo giorno prima delle vacanze di Natale; non era possibile che Manuel piangesse ancora.

Suo marito aveva ormai definitivamente addebitato le lacrime al fatto che Manuel era troppo piccolo per andare in prima, dato che era un anno avanti e di luglio.

Ma di quelle maestre, anzi di quel ciclo, come dicevano le altre mamme, le avevano parlato troppo bene per poter aspettare un altro anno; certo, la Francesco De Sanctiis era una scuola pubblica, ma era in bel quartiere e, se aveva fatto bene i conti, erano solo tre i bambini di quella prima a non avere almeno un genitore laureato.

La porta della Prima C era chiusa e la maestra, una signora sulla cinquantina con un po’ troppa ricrescita bianca nei capelli, aprì la porta.

I bambini erano sparsi per la classe e la bidella stava semplicemente vigilando che nessuno si facesse male.

Manuel stava con la testa sul banco, con la schiena che sussultava per i singhiozzi.

"Manuel, c’è mamma"

Manuel alzò la testa; le lacrime gli avevano impiastricciato il viso e le maniche del grembiule. "Mamma".

La mamma di Manuel calcolò che era la quarta volta dall’inizio di dicembre che passava nella Prima C il primo quarto d’ora di lezione.

‘Fortuna che non lavoro’ aveva pensato la mamma di Manuel la prima mattina che aveva dovuto consolare Manuel.

E cominciava a pensare con terrore all’anno successivo, quando Giulia, che pareva ancora più timida e introversa di Manuel, sarebbe dovuta andare alla scuola materna.

**

In cinque minuti Manuel si calmò anche grazie alla certezza che la mamma sarebbe andata a riprenderlo prima rispetto al solito: alle undici e un quarto c’era infatti la recita di Natale, o qualcosa di simile.

Uscendo, la mamma di Manuel fu colta da un momento di nervosismo perché aveva paura che la mamma di Leonardo se ne fosse andata: era in mezza parola per un salto dal parrucchiere e anche senza averne la certezza, aveva chiamato sua madre per tenere Giulia.

Il nervosismo divenne quasi collera, quando non vide nessuno alla fine delle scale, dove di solito alcune mamme restavano a chiacchierare dopo aver portato i bimbi a scuola.

Arrivò sul marciapiede e vide tre o quattro mamme a metà strada tra l’uscita della scuola e il bar.

Anche senza mettersi gli occhiali, che chiudeva in borsa appena scesa dalla macchina, riconobbe i folti ricci rossi della mamma di Leonardo, moglie di un avvocato.

Si avvicinò sperando che la prima domanda non fosse su Manuel e sulle sue lacrime.

C’erano la mamma di Valentina, moglie di un medico, che ogni tanto aiutava il marito nello studio e la mamma di Francesco, che parlava per la metà del tempo della sua laurea in economia e commercio sacrificata a Francesco e a due gemelli di due anni, biondi come pulcini, che qualche sabato mattina apparivano in braccio al papà, che lavorava in un’azienda fuori città (e alla mamma di Manuel faceva un po’ specie che la sua statistica sui genitori laureati comprendesse anche quella coppia anomala con la moglie laureata ma a casa ed il marito diplomato e al lavoro).

Quando la mamma di Manuel era arrivata a cinque-sei metri dal gruppetto, la mamma di Valentina, con un po’ di compatimento le aveva chiesto: "Era Manuel che piangeva?"

La mamma di Manuel riuscì a fare quasi finta di niente. "Solo un secondo; sapete ... stanotte non ha dormito. Mal di pancia."

"Deve essere l’influenza che comincia a girare" disse la mamma di Valentina.

"Mia sorella ha tutti e due i figli a letto" confermò la mamma di Francesco.

"Io sto peggio di tutte voi" rise la mamma di Leonardo, "mi si sono ammalate la babysitter e la donna di servizio. Pensate che la donna di servizio, ieri mattina si è presentata con due occhi così, rossi da far spavento. L’ho rimandata a casa; ci avrebbe fatti ammalare tutti"

"Sotto Natale, poi" sorrise la mamma di Valentina. "Pensate che io l’ho cacciata la scorsa settimana, la mia"

"Perché?" chiese qualcuna

"Il solito problema; stava con me da due anni e, niente, voleva comandare dentro casa mia. Ormai decideva lei che voleva fare: magari c’erano le camicie da stirare e niente, lei puliva i balconi. C’era il parquet sporco e lei faceva il bucato. E poi, se c’era bisogno di un idraulico, chiamava un suo cugino, l’elettricista è il cognato; hanno ridipinto il salone l’anno scorso. Parenti e amici suoi, con lei che dirigeva".

Le teste si scossero contemporaneamente.

"Guardate" disse la mamma di Francesco, "ormai sono meglio le straniere. Io c’ho una, rumena, no, quell’altro paese là vicino.."

"Ucraina?"

"No, con la emme..."

"Moldavia"

"Sì Moldavia, no lei dice Moldova. Insomma, sarà che conosce quattro parole di italiano in croce, ma sta zitta, lavora; io le spiego, lei fa. Certo, a volte, soprattutto d’estate, arriva che c’ha un cattivo odore. Una volta le ho cercato, ma gentilmente, vi dico, di farglielo notare. Ha cercato di spiegarmi; boh, io ho capito che vive in un posto dove l’acqua va e viene".

La mamma di Manuel pensò che a casa le pulizie le faceva lei, un paio di mattine le dava una mano sua madre, il sabato mattina Rina, che aveva sessant’anni e che la mamma di Manuel se la ricordava a casa dei suoi, praticamente da sempre.

"Ce lo vogliamo prendere un caffè?" disse la mamma di Leonardo.

Entrano nella caffetteria e si sedettero a uno dei tre tavolini. Dopo qualche indugio, decisero di comprarsi due cornetti e di farli a metà, così da accompagnare il caffè.

"Allora cosa hai preso per le maestre, per regalo?" chiese la mamma di Valentina, lottando con una briciola all’angolo della bocca.

La mamma di Manuel si sentì trasalire.

***

Il pomeriggio prima attraversava il corso principale in preda al panico.

Era stata lei ad avere l’idea delle cornici, e aveva raccolto venti euro per ogni bambino. Quei 460 Euro nel portafogli le sembravano un piccolo tesoro, un quarto dello stipendio da funzionario della Tesoreria provinciale dello Stato, che suo marito riusciva a portare a casa a fine mese.

Mentre si riparava sotto un ombrello mezzo rotto, la mamma di Manuel pensava che aveva voluto prendersi quell’impegno un po’ per cercare di creare un po’ di simpatia attorno a Manuel, per non fargli pesare troppo le sue lacrime mattutine, e un po’ per cercare di allacciare un po’ più i contatti con le altre mamme.

La mamma di Veronica, che doveva accompagnarla quel pomeriggio aveva addotto una scusa abbastanza ridicola (una visita del cane dal veterinario) e quindi la mamma di Manuel si era ritrovata sola a scegliere i regali per le maestre.

La mamma di Manuel si era proposta per il regalo, ma sul corso, col vento che le tagliava il viso, le sembrava di aver osato troppo.

Alcune cose le erano sembrate troppo pacchiane; altre di valore troppo basso e, comunque, le sembrava assurdo restituire i soldi.

Alla fine aveva scelto quattro cornici d’argento, uguali, con delle striature in oro.

Per il suo matrimonio tra i suoi parenti e quelli di suo marito, avevano ricevuto una ventina di cornici; una decina stavano ancora nel cassettone dell’armadio, dentro scatole di plastica e borsette di velluto rosso.

Il pensiero che una qualsiasi delle maestre potesse destinare la sua cornice a stare addormentata per anni in un cassetto le aveva reso difficoltoso prendere sonno.

****

Il cappuccino riscaldò un po’ la mamma di Manuel e quando, proprio sulla soglia del bar, la mamma di Valentina si mise a parlare dei compiti per le vacanze di Natale, la mamma di Manuel cercò di trovare il momento giusto per dire la sua.

"Ma vi rendete conto, quindici pagine di italiano e cinque di matematica; va bene che sono diciotto giorni di vacanza, ma insomma... e poi noi a Santo Stefano partiamo per la settimana bianca. A tutto ho pensato, tolto il fatto di portare i libri di Valentina".

"E dove andate?" chiese la mamma di Leonardo

"Ah sono quattro anni che andiamo al Sestriere; è un albergo, in centro, a conduzione familiare, ma il paesino è bello e poi mio marito e Andrea, il grande, stanno a sciare tutto il giorno, che per loro stare al Sestriere o al Terminillo è lo stesso".

"Comunque" intervenne la mamma di Valentina, "quando Riccardo, il grande, faceva la prima, i compiti a Natale non glieli diedero"

"Che classe fa adesso?" chiese la mamma di Leonardo.

"La terza"

"Beh, però, mi ha detto la mamma di Monica, quella bambina con l’apparecchio, che è amica mia, che sono un po’ troppo moderne le maestre della terza".

"Magari sono le maestre dei nostri figli che sono un po’ troppo tradizionaliste" disse la mamma di Leonardo.

"No" disse con forse troppa foga la mamma di Manuel, che avrebbe difeso la scelta di quella scuola contro chiunque, "a me sembrano abbastanza moderne, anche se stanno sulla cinquantina"

"Beh" disse la mamma di Valentina, "c’è la maestra Luciana che forse va in pensione prima di arrivare in quinta"

"Manuel mi parla sempre della maestra Luciana; è quella più dolce, è comprensiva e mi sembra che i metodi siano abbastanza moderni"

"Oh cavolo, è ora di andare" disse la mamma di Leonardo rivolta alla mamma di Manuel.

"Dove andate?" chiese la mamma di Valentina.

"Dal parrucchiere. Preferisco oggi, perché da domani c’è una fila e rischi di starci le ore. E poi andiamo solo per una pettinata" rispose un po’ scocciata la mamma di Leonardo.

"A me il ventiquattro pomeriggio viene a casa una ragazza, che lavorava fino all’anno scorso da Marcello. Il taglio no, ma la tinta la fa benissimo" disse la mamma di Francesco.

"In effetti" disse con occhio clinico la mamma di Leonardo "quant’è che l’hai fatta questa tintura?"

"Venti giorni fa"

"Beh, niente male; ciao, allora ragazze. Alle undici e un quarto, vero?"

Si confermarono l’orario della recita e si salutarono

"Andiamo con la macchina mia?" disse la mamma di Leonardo.

"Va bene" disse la mamma di Manuel.

Chiuse la vecchia Clio rossa e salì su una fuoristrada di cui non riusciva a capire la marca.

Le sembrò la macchina più silenziosa dove aveva messo piede.

"Dimensione Suono va bene?" chiese la mamma di

"Sì sì, non ti preoccupare" disse la mamma di Manuel.

Guardava la strada dall’alto in basso e quando arrivò al parcheggio del parrucchiere si sentì felice.

*****

La mamma di Leonardo si comportò da cliente abituale. Sia il parrucchiere che le ragazze non lesinavano il "Signora" e lo estesero alla mamma di Manuel.

Mentre stavano affiancate, di fronte allo specchio, la mamma di Leonardo cominciò con tono cospiratorio.

"Pare che la mamma di Valentina abbia qualche problema in famiglia"

"Davvero?" la mamma di Manuel ne fu stupita. La mamma di Valentina le era sempre sembrata serena ed allegra.

"Pare che per una quindicina di giorni a settembre il marito sia andato via di casa"

La mamma di Manuel riuscì solo a inarcare le sopracciglia.

"Sai, la classica storia del medico con l’infermiera; lui prima è andato via di casa, poi pare che abbiano convissuto, lui e l’infermiera, a casa di lui al mare; poi pare che sia tornato a casa con la coda tra le gambe. Adesso lei vorrebbe che lui facesse domanda per cambiare ospedale e andare in uno di quelli dei paesi qui attorno e insomma, pare che questa cosa del trasferimento sia la condizione per tornare a casa".

"Quanti figli hanno?" chiese la mamma di Manuel.

"Due, Valentina e Riccardo, che fa la terza. L’ha detto prima, la mamma di Valentina"

"Cavolo… ci vanno di mezzo i bambini…"

"Pare che non fosse nemmeno la prima storia; un paio di anni fa si vociferava di una collega che veniva da Roma, una che in un paio di mesi si era fatta una nomea da zoccola, se mi passi il termine"

La mamma di Manuel chiuse per qualche attimo gli occhi, pensando a Manuel e a Giulia; pensò a suo marito e si domandò se lui fosse felice, con lei, con i suoi bambini o se, magari gli mancasse qualcosa che lo spingesse a cercare la felicità da qualche altra parte.

Si riscosse a metà della frase successiva della mamma di Leonardo e capì che stava parlando della recita.

"No, non è una recita" disse, in un sospiro di sollievo la mamma di Manuel; "le maestre hanno detto che per una vera e propria recita avrebbero dovuto cominciare a metà ottobre e in prima non se lo possono permettere. I bambini canteranno una canzoncina di Natale".

"Ah sì è vero. Ecco cosa canticchiavano Leonardo e la baby-sitter questi ultimi giorni".

****

"Bel lavoro,che ne dici?"

La mamma di Manuel si guardava nello specchietto di cortesia. La mamma di Leonardo aveva insistito per far mettere sul suo conto tutte e due le pettinature.

"Sì, niente male..."

In quel momento alla mamma di Manuel tornarono in mente le quattro cornici nel portabagagli della Clio e una goccia di sudore freddo calò sul collo.

"Che ore sono?" chiese con la voce un po’ chiusa in un singhiozzo.

"Undici e dieci" disse la mamma di Leonardo guardando il display dell’orologio digitale. "Siamo in perfetto orario".

Arrivarono nel piccolo parcheggio di fronte alla scuola; il fuoristrada si fermò accanto alla Clio. La mamma di Manuel scese quasi di corsa e chiuse la portiera in maniera un po’ troppo forte.

Aprì il portabagagli della Clio e tirò fuori le cornici: le teneva strette al seno, come un figlio appena nato.

Insieme alla mamma di Leonardo andarono verso l’entrata della scuola.

C’erano quasi tutte le mamme e anche un paio di papà.

La mamma di Nicola, che era stato con Manuel alla scuola materna, salutò la mamma di Manuel. "Sai cosa fanno?"

"Mi hanno detto una canzoncina di Natale"

"Ma è una cosa veloce? Perché mi hanno dato un’ora di permesso al lavoro"

"In un’ora ce la dovremmo fare".

Qualche mamma aveva un panettone, qualcun altra bibite; un paio di mamme sembravano avere torte fatte in casa.

Uno dei due papà sussurrò all’altro. "Cavolo, ma noi siamo a mani vuote? Che figura ci facciamo?".

"Mia moglie non mi ha detto niente"

"La mia non aveva nemmeno capito che c’era la recita".

Suonò la campanella, la bidella aprì la porta ed entrarono nella scuola.

La bidella disse che i bambini erano già in palestra e quindi i genitori cominciarono a scendere le scale.

Una mamma, forse la mamma di Daniele, chiese alla mamma di Manuel cosa avesse comprato.

"Una cornice in argento e oro per ogni maestra" disse stavolta con orgoglio la mamma di Manuel.

Quella che doveva essere la mamma di Daniele si tolse un brutto cappello di lana di sciatore e strinse due occhi che in un altro momento sarebbero sembrati belli.

"Cornici d’oro? E in quinta, che regaliamo? I mongolini d’oro?"

Si allontanò e la mamma di Manuel sentì scenderle le lacrime agli occhi. "Che cavolo" disse più a sé stessa che alla mamma di Veronica che scendeva le scale accanto a lei, "la prossima volta ci va qualcun altra a fare i regali".

*****

La maestra di inglese accese il registratore e diresse i bambini.

Più che cantare sembravano gridare; li avevano fatti mettere con le braccia dietro la schiena.

Qualche bimbo guardava il soffitto; un paio facevano a gara a chi cantava più forte. Uno era uscito dal gruppo e aveva intinto il dito nel cioccolato di una torta.

Più di qualche mamma aveva un sorriso un po’ forzato.

Le cornici stavano, scartate, accatastate su un tavolo di plastica.

Manuel guardava sua madre, la guardava fissa con le labbra serrate.

Alla mamma di Manuel sembrò che fosse l’unico bimbo a non cantare.

Postato da: stefanopz alle 13:07 | link | commenti (2)|

sabato, 19 marzo 2005

IL TEMPO CHE HO da un'idea di www.saltodelcanale.it

Il tempo che ho sprecato a cercare di fermare il tempo ora non so dove sia finito.
Cerco di farmene una ragione; ora che ho tolto tutti gli specchi in casa, non guardo più il mestesso invecchiare.
Capelli non ne ho più e per la barba, col rasoio elettrico, non ho bisogni di specchi: il posto dove radermi lo conosco bene. E' la mia faccia.

Ho solo ricordi inutili.
Le cose importanti della vita, il primo incontro con Laura, il giorno del matrimonio, la nascita di Matteo, il primo giorno di scuola, la laurea di Matteo, il giorno in cui sono andato in pensione, sono giorni facili da ricordare.
Sono un 25 novembre, un 7 ottobre, un 14 febbraio, qua e là in giro per gli anni.

Sono i ricordi inutili quelli che mi assalgono adesso, che di mestiere faccio il vecchio.

Un giorno a vent'anni sulla spiaggia abbiamo fatto la pista per le palline, con le paraboliche alte un metro e mezzo e ci abbiamo fatto quindici giri. Io avevo Anquetil.

Una mattina, tre anni fa, sono andato al solito bar dove faccio colazione e invece del cappuccino ho chiesto una Peroni. L'ho bevuta a stomaco vuoto, per vedere l'effetto che faceva. Nessuno.

Stavamo disegnando a casa di Fernando, che abitava alla porta accanto e gli ruppi la gomma da cancellare, di quelle blu, che servivano per le macchine da scrivere. Lui diede la colpa a sua sorella, che pianse addirittura. Io non ho mai detto niente, ma dopo qualche mese Fernando ho smesso di frequentarlo.

Al matrimonio di Rossana, mia nipote, c'era un ragazzo che a un certo punto, quasi allo scambio degli anelli, è uscito dalla chiesa, è andato vicino al campetto dell'oratorio, si è appoggiato alla porta e si è messo a piangere.

Ora siamo qua, seduti su una poltrona, io e miei ricordi inutili, a passare senza pace il poco tempo che ho.

In mano stringo una pallina di plastica. Anquetil.

Postato da: stefanopz alle 08:14 | link | commenti |

lunedì, 31 gennaio 2005

 

PERDERE UNA BATTAGLIA

"Ma che vogliamo fare per domani?"
Mamma è seria seria, gli occhi quasi lucidi.
"Provo a parlarle io prima di pranzo" le dico.
"Con me… non lo so… non mi vuole parlare" mi dice e stavolta piange.
"Mamma, non è che non vuole parlare con te. Prova a capirla, si vergogna, prima di ogni altra cosa. Va a finire che presto, magari proprio per domani, ricomincerà a parlarti."
In quel momento dalla stanza di Francesca si sente un mezzo urlo: "Mariarì".
Io faccio un sospiro e uno sguardo di intesa con mamma e entro nella stanza di Francesca.
Mia sorella sta sul letto, a serrande chiuse.
Sono le undici e mezza di mattina, sabato mattina.
"Mariarita"
"Sto qui, France’, sto qui".
Mi prende la mano. Me la stringe.
Poi comincia a singhiozzare, cercando di non fare rumore per non farsi sentire da mamma.

**

Francesca, mia sorella, compie trent’anni domani.
Si è sposata dieci mesi fa, con Enzo.
Dopo due anni di fidanzamento, tranquilli, anzi agitati, perché erano due persone sempre in movimento, spesso a cena fuori, spesso a ballare, a Roma almeno un paio di volte alla settimana.

Si erano conosciuti in palestra; o meglio, come spesso accade in città piccole come la nostra, si conoscevano da sempre, ma non avevano mai scambiato una parola.
Ora di spinning, invece dell’ora di pranzo.

A volte a guardarli facevano invidia: Enzo sta attorno al metro e novanta e ha un fisico scolpito, senza esagerare. Francesca è più alta di me di cinque centimetri, ha un bel corpo, un po’ larga di fianchi magari, ma quella è la caratteristica delle donne della nostra famiglia.

Io, più che i fianchi larghi, sembro un po’ balena, ma che ci posso fare.

Enzo fa il promotore finanziario; io e Francesca abbiamo una profumeria che ci ha messo su papà, quando ha capito che con la sua ferramenta non potevamo farci molto, noi due ragazze.
La profumeria va bene, grazie al cielo, anche se ormai sono quindici giorni che Francesca non ci mette piede.

***

Sento mamma che esce di casa.
Gliene sono grata. Ha capito che se lei sta qui, Francesca resta nella stanza tutto il giorno, a serrande chiuse.
Mi alzo dal letto, anche se Francesca sembra non volermi lasciare la mano.
Singhiozza un ‘no’, quando capisce che sto per aprire la serranda.
La apro.

Francesca avrebbe degli occhi neri stupendi, con delle ciglia lunghe.

Gli occhi sono rossi, gonfi; sotto un occhio c’è un livido nero.
Mi vengono i brividi.
"Che hai fatto all’occhio?"
Silenzio.
Mi avvicino; le unghie delle mani sono tutte morsicate, tranne il pollice destro; nel polso sinistro ci stanno quattro cinque incisioni, col sangue che sembra ancora fresco.

Vorrei urlare ‘cos’hai fatto?’, ma la paura è più forte della rabbia.

Apro un cassettino della scrivania e ci trovo le forbicine; senza dire nulla le tengo ferma la mano e riesco a tagliarle l’unghia del pollice.

"Che hai fatto all’occhio?"

Cinque secondi, poi dieci.

Poi comincia piano piano a darsi piccoli pugni sullo zigomo; i pugni diventano più forti.

Mi lancio e riesco a fermarla.

"Mariarita" ora sta urlando. "Mariarita, aiutami!"

La abbraccio, come mamma ci abbracciava da piccole quando ci svegliavamo dopo un incubo.

Ha il viso impiastricciato di lacrime e saliva.

Chiude gli occhi e si calma.

Le accarezzo i capelli.

Sono due settimane che non li lava.

****

Due sabati fa alle tre.

Mamma e papà erano ad un trentesimo anniversario di nozze di un cugino di papà che sta in campagna.

Io me ne stavo in tuta a fumare, in salone.

Mi fumo quattro sigarette al giorno, lo giuro. Se lo sa papà, che ne fumava trenta e ha smesso…

Suonano alla porta e mi dico ‘Diavolo, ho acceso mo’ mo’ MTV’.

Poggio Donna Moderna sul tavolino del salone.

Apro. E’ Francesca.

"Che c’è, Francé?"

Mi butta le braccia al collo.

"Basta, basta; sono andata via"

"Come via? Via da dove?"

"Via di casa…"

"Via di casa? E Enzo?"

"Enzo sta lì … e rimasto lì…"

"Ma che è successo?"

"Niente"

"Come niente? Sei andata via di casa. Senti chiamo Enzo e gli pa…"

"No!" aveva urlato ed era corsa nella sua stanza.

E da quel momento era restata lì. Si era chiusa dentro, a chiave.

La sera, quando papà e mamma erano tornati, aveva gridato che era lì, restava lì e di non chiamare Enzo.

Papà aveva dato in escandescenze e voleva andare da Enzo.

Mamma per fortuna l’aveva trattenuto a stento; papà c’ha due mani che sono palanche e persino a Enzo l’avrebbe buttato a terra con uno schiaffo, mica scherzi.

Io e Francesca avevamo scambiato qualche parola.

Avevamo preso accordi; sarebbe rimasta in stanza sua, avrebbe anche mangiato là. Nessuno avrebbe fatto parola del fatto che era tornata a casa; nessuno avrebbe cercato di parlare con Enzo e con i suoi, soprattutto con la sorella di Enzo, che era una nostra vecchia amica.

Per due settimane la balla di Francesca malata aveva retto a malapena.

*****

Alla luce della mattina Francesca appare quasi piccola piccola, dentro un pigiama nero.

E’ dimagrita.

Sembra camminare a malapena.

Si siede alla scrivania.

"Alla profumeria ci sta Roberta, quella ragazzetta che avevamo provato l’anno scorso come commessa" le dico per provare un approccio con le cose di tutti i giorni.

Niente.

Allora vado diretta.

"Francè, sono due settimane che stai qua. Ti vuoi ammazzare? Dimmi che è successo, se puoi dirmelo, ma fai qualcosa, reagisci, ti prego. Ci ammazzi tutti, a me, a mamma e a papà, se continui così"

Francesca tiene gli occhi chiusi.

Sembra fare uno sforzo, quello sforzo che fanno i bambini quando devono recitare le poesie in classe.

"Ti ricordi dopo il viaggio di nozze?"

"Sì, Francè"

"Che ti dicevo che era bello starsene a casa il sabato sera; guardare la tv; Enzo tornava con la pizza; poi alle dieci andavamo a letto. A volte stavamo abbracciati fino alle tre di notte; una domenica ci siamo svegliati alle cinque per andare al mare e vedere l’alba"

"E poi, che è successo?".

Cavolo, è l’approccio sbagliato.

Francesca sembra quasi spegnersi.

******

Sussurra qualcosa che sembra "Al bagno".

Se c’è una cosa che non ho capito è quando va al bagno, forse di notte.

Si chiude dentro e mi sembra sulle prime normale.

Poi, di colpo, mi viene il panico.

Nel bagno ci sono le lamette.

E la varechina.

E un armadietto pieno di medicinali.

Non so se bussare o urlare possa servire a qualcosa.

Cerco di avere un tono normale, allora: "Francé ti serve una mano?"

"No", il suo di tono sembra normale, non normale... insomma il tono che sta usando nelle ultime due settimane.

Scarica, apre e senza guardarmi (per fortuna, che devo avere un viso peggio del suo per la paura) se ne rivà in stanza.

Chiude la porta.

A chiave.

********

All’una meno un quarto sento la chiave che gira e lei che si risiede sul letto.

Indugio giusto dieci secondi, sperando che il segnale di via libera non cambi.

Entro.

Si è fatta una coda ai capelli con un elastico e mi sembra un buon segno.

"Una notte, c’avevo le mie cose, mi alzo e vado in cucina. Mi faccio una tisana, di quelle che mi hai regalato tu. Dalla camera da letto sento un rumore. E’ E... lui che russava. Accendo la luce in corridoio. Vicino al letto ci stavano le pantofole di pelle, tipo quelle che c’ha papà; c’aveva un filino di bava qua" si indica il lato della bocca "un vecchio maglione di pile. Sembrava troppo grosso per quel letto. Guardo la mia parte del letto. Io non c’ero, ovvio. Eppure mi sembrava che non ci fosse motivo perché in quel letto ci fossi pure io"

Stavolta non ci casco; non le dico ‘e poi’.

Si volta verso di me e fa "Certo che ‘sta stanza puzza davvero; come diavolo fai a starci"

C’ho visto vita negli occhi, per un attimo ma ce l’ho vista.

********

Ho incrociato la sorella di Enzo fuori dalla Coop, la settimana scorsa.

Io e lei abbiamo fatto insieme le medie e ragioneria e un paio di anni siamo state pure al banco insieme.

Quindi quando mi passa a cinque metri e non mi saluta, mi sembra che lo sta facendo apposta.

"Paola!" urlo.

Sono ancora convinto che è stata un quattro-cinque secondi a decidere se voltarsi o meno.

Si gira e c’ha gli occhi quasi rossi: "Ti prego, Mariarita"

"Ti prego cosa?" le dico io.

"Non parlarmi di Enzo e Francesca"

"Perché?"

"Perché no".

La fisso; vorrei odiarla, ma non ci riesco.

"Te l’ha chiesto Enzo, vero?"

Annuisce.

"Francesca ci ha chiesto la stessa cosa. State zitte, non parlate con nessuno; non parlate con Paola"

Dal finestrino della sua macchina spunta suo figlio; sta in braccio a una ragazza, mi sembra sua cugina. "Mamma! Mamma!".

"Adesso devo andare" fa Paola e spinge il carrello verso la macchina.

Io la seguo con lo sguardo, combattuta se correrle dietro o mantenere la promessa a Francesca.

Paola fa manovra con la macchina, mi viene vicino, tira giù il finestrino, che cigola.

E’ un finestrino a manovella, ancora.

"Enzo non ci ha detto niente; il giorno vive ancora a casa sua, a casa loro; ma la notte torna da noi. Arriva a mezzanotte, l’una, non parla con nessuno; alle cinque fa la doccia, alle sei se ne esce. L’ho incrociato un paio di volte, quando va o quando viene. Ha gli occhi che sembra un pazzo. Ma, ti giuro, cosa cavolo è successo io non lo so".

Ritira su, a fatica il finestrino. Quando ha da poco superato la metà, infilo la mano dentro.

Non so perché, ma le accarezzo la testa. Lei mi stringe la mano e sussurra un mezzo grazie.

********

Dell’incontro con Paola non ho detto niente a nessuna, manco a mamma.

E’ a Paola che penso e non so perché, quando Francesca si è stesa sul letto un’altra volta e voltata verso il muro.

M’è sembrato che Paola ci vedesse qualcosa di più di quello che ci vedevo io: io soffrivo per mia sorella, che è sempre stata la mia prima e più grande amica; lei forse, come dire, è come se, da sposata potesse capire delle cose che io, trentadue anni e ancora a casa con mamma e papà, non riesco a intuire.

"Sai che mi sa che ti riesco a prendere in braccio, per quanto sei dimagrita?" faccio a quella schiena magra magra.

Niente.

Poi, forse mezzo minuto dopo, mi fa "Provaci".

La prendo sotto le ginocchia e sotto le spalle. E’ uno sforzo immane, ma ce la faccio.

Lei fa una cosa che sembrava aver dimenticato.

Ride.

"Cavolo, France’, vatti a fà la doccia" le dico dopo che l’ho rimessa sul letto.

"Se mi ci porti in braccio fino al bagno, la faccio".

Due bambine. Ecco cosa sembriamo. Due bambine che fanno a gara a chi fa la ... meglio. La porto in bagno, la poggio.

Con lo sguardo mi dice di aspettare fuori.

Non si chiude a chiave.

Vado a prendere una sigaretta dal mio cassetto segreto; l’accendo e me ne vado alla finestra del salone per non lasciare la puzza. Sento le chiavi nella porta di casa.

Corro, con la sigaretta accesa.

E’ mamma; guarda me, poi la sigaretta, ma prima che si arrabbi, le dico "Ti prego, fatti un altro giro che si sta facendo la doccia".

Rimane imperturbabile, ma comunque si fa chiudere la porta praticamente in faccia; dopo un po’ sento che la macchina che se ne va, forse da papà alla ferramenta.

Francesca ha chiuso l’acqua. Ora si sente il phon.

E’ lei che apre la porta.

Si è messa il mio accappatoio e sembra quasi che ci si perda dentro.

Il rossore delle guance riesce quasi a coprire il livido sotto l’occhio.

Non ha quei bellissimi capelli neri lucidi di una volta, ma sono così gonfi e puliti, finalmente, che viene voglia di accarezzarli.

Le metto un ciuffo dietro l’orecchio.

Le lacrime le rispuntano, ma sembrano più veloci del normale, le finiscono sulle guance in mezzo secondo.

Chiude gli occhi, probabilmente conta mentalmente fino a dieci.

Riapre gli occhi.

Non sorride, ma ormai non piange più.

Si guarda allo specchio e mi fa: "Senti Mariarì: Roberta di profumi non ci capisce proprio un cavolo!"

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sabato, 11 dicembre 2004

LO SO CHE L'HO GIA' PUBBLICATO A LUGLIO, MA MAGARI A QUALCUNO E' SFUGGITO, DATO CHE STA NELL'ALTRA PAGINA.

L'AMICA DI ORSETTA
Giulio dall'altro capo della doppia scrivania alzò la testa: “Che triste, c’ho qua uno, anvedi, un ciociaro proprio come te, vuole portà a Jersey manco mezzo mijardo, un poveraccio”. Gli sorrisi a mezza bocca: “A forza di stare qua dentro stai perdendo il senso delle proporzioni; quanto ci metteremo noi a fare mezzo miliardo ... una decina d’anni, se va bene”.
“Senti, ciociarone triste, amico mio, qua dentro o entro due anni me fanno associato o arrivederci e grazie: m’apro lo studio mio, uno studiolo fresco, co’ la donna mia come segretaria e qualcun altro de qua dentro, che so Battaglini ... persino tu che sei bravo ma lento. Je famo un didietro così a ‘sti quattro bambacioni”.
Giulio Nardoni era così, dimenticava che la madre era una nobile di origini triestine e che il padre manteneva un po’ di cadenza marchigiana, era un romano integrato e convinto.
La cosa che mi piaceva più di lui, oltre al suo sorrisone, un lampo in mezzo al viso lampadato, era il fatto che conosceva due soli aggettivi qualificativi: fresco, per tutto ciò che era positivo e triste, per tutto ciò che era negativo. E così una ragazza carina era fresca, una gratifica natalizia era fresca, una vittoria della Roma era fresca; i comunisti erano tristi, i laziali erano tristi, la camicia a maniche corte sotto la giacca era triste (e su questo per la verità ero d'accordo anch’io).
Ce ne stavamo lì, nell'ultima stanza dell’ultimo corridoio del terzo (e ultimo) piano dello Studio Legale e Tributario Internazionale Costa Colombo Granata e Labernacher, Ufficio di Roma, ordinariamente confinati alla verifica della congruità con le risoluzioni ministeriali dei contratti tra casa madre e filiale italiana di qualche multinazionale e a scovare il paradiso fiscale di moda nel semestre.
“Le Cayman le ha bruciate John Grisham con Il Socio” dicevo io; “Jersey” (o meglio lui diceva proprio Gersi), “Gersi è un paradiso triste; ce fa un freddo cane, na vorta che me c’hanno mannato con un siciliano, come minimo de San Giuseppe Iato, me so’ preso trentanove de febbre e fori ce stava ‘na bufera” diceva lui. “E’ perché non ti vuoi mettere la maglietta della salute che stai sempre raffreddato; mia madre, donna di campagna, me lo ricorda tutte le sere” rispondevo io.
Ma la storia più carina era che lo aveva battezzato Andreotti in persona. "E perché me chiamerei Giulio, se no?”. Io gli fischiettavo il motivo del Padrino e lui se la rideva. "Sei triste, Andreotti è il più grande; e poi la Ciociaria, nun era terra der divo Giulio?” “Come no” rispondevo io, “era il presidente onorario dell'Associazione tra i Ciociari a Roma e poi devo riconoscere che quando c’era lui qualche soldo nelle zone nostre arrivava, tra Cassa del mezzogiorno e sgravi contributivi. Te l'ho già raccontata la storia del sindaco del paesino ciociaro e dell'ambasciatore che aspettano fuori la stanza di Andreotti e la segretaria che gli dice ‘Faccio entrare prima l'ambasciatore, ovviamente’?”. “Sì la so già, che Andreotti j’arisponne 'Fa’ entrà er sindaco burino che se nun c’era lui, io quanno c’arrivavo a parlà con l'ambasciatore’”
“Oh ma il piano ferie per Natale?” gli chiesi
“Il ventisette è mercoledì, per cui o ventisette, ventotto e ventinove, oppure, trenta sabato, trentuno domenica, il primo è festa, quindi due, tre, quattro e cinque. Io me farei i tre di dicembre”.
Sai che palla, pensavo io, da Natale a Capodanno, solo come un cane, a Roma; quasi quasi faccio avanti e indietro; però in fondo dal trenta dicembre al sei gennaio in ferie, anzi no, al nove.
“Per me va bene” feci io.
“E’ annata” fece lui
“E’ ita” feci io.
Era l’ultima settimana di novembre e a Roma riuscivo ancora a andare in giro senza giubbotto, in una proroga incondizionata dell’ottobrata.
“Senti, ciociarone triste, fa ‘no sgaro alla triste Ciociaria e stasera fatti un venerdì sera co’ Giulio tuo”
“Party?”
“Party dalla contessina di Sant’Olmo”
“Cacchio, Giulio, ma alla Festa de noantri non ci vai mai, porchetta, grattachecca?”
“A moro, io so’ nobbile e vado alle feste dei nobbili”
“La contessina di Sant’Olmo. La scorsa settimana chi era? La marchesina Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare?”
“Stronzo, era la marchesina Gregori Bianchi, i proprietari di palazzo Gregori, dietro a via Veneto”
“E palazzo Sant’Orso dov’è?”
“Sant’Olmo, non Sant’Orso; nun c’hanno il palazzo, si va all’Olgiata.”
“Ma come mai sempre tutti questi nobili? E poi ti vorresti portare appresso me, che so’ così popular.”
“Ma è per tojerti quell’espressione triste; sei un bravo ragazzetto e devi comincia’ a vede la Roma bai nait. E le feste dei nobbili so’ le più fresche, mica se spareno li cannoni come li borgatari”
“Ah” lo interruppi “i nobili si fanno di coca”.
“No, nun hai capito; è l’atmosfera; ‘ste ragazze de classe, tutte affettate, tutte educate. E poi la contessina Ottilia Corsivieri di Sant’Olmo ha fatto er liceo co’ mi’ sorella. Mi’ sorella sarà annata all’Olgiata almeno quaranta volte”
“Ma tu ti chiami Giulio Nardoni e io Stefano Palmigiani; come ci presentiamo alla contessina Corsivieri di Sant’Orso”.
“Ancora co st’orso. Senti, a Ste’ parlaje ciociaro si voi, nun te preoccupa’. Si voi, te vengo a prende alle nove”.
“Parè, che te tengo da di’, iami da ‘sta contessina, fateme ude’ sta casa. Basta che te stai sitte”, gli sbottai nel migliore ciociaro che potevo.
“Che triste. Namosene a prende un caffettino, va”

Postato da: stefanopz alle 10:17 | link | commenti (3)|